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Recensione: “Grande nudo” di Gianni Tetti

La mia prima recensione per Leggere Distopico si è dimostrata una sfida che ho superato con notevoli traversie psicologiche: Grande Nudo, di Gianni Tetti è un romanzo complesso e ostico.
(33) Grande nudo

TRAMA

Il destino dell’uomo è segnato. Anche la terra sembra saperlo. Si apre, poi mastica e inghiotte, affamata. Tempi di guerra, di carestie e vendetta.
Non c’è scampo agli attentati che si susseguono in città né rimedio ai fondamentalismi verso i diversi, non c’è salvezza dalle nubi tossiche né speranza nella misericordia umana.

C’è solo una possibilità. È scritta nel vento. E porta un nome: Maria.

La riscossa degli ultimi parte da una Sardegna infetta, un’isola/mondo in cui i cani governano e un pescatore affetto dal morbo guida un’orda stracciata verso la terra promessa.

RECENSIONE

La mia prima recensione per Leggere Distopico si è dimostrata una sfida che ho superato con notevoli traversie psicologiche: Grande Nudo, di Gianni Tetti è un romanzo complesso e ostico.

La lunghezza ragguardevole (circa 600 pagine) può scoraggiare un lettore meno che motivato. Però con il tomo Gianni Tetti ha partecipato al Premio Strega 2017 e credo che il suo tentativo contenesse un’ambizione sensata.

Bisogna innanzitutto apprezzare lo sforzo notevole nella creazione dell’opera: gli spunti sono molti e l’intreccio serrato e appassionante.

La vita di numerosi personaggi si sviluppa in un contesto distopico/apocalittico: Maria, la protagonista, guida un manipolo di “semi” verso la terra promessa, supportata da uno stregone, ammalato del Morbo, ma che tutti seguono come un Messia. Umanità infetta, malattie, eventi naturali disastrosi, attentati, legge marziale, rivolta degli animali, privazioni, povertà e dissoluzione sono il corollario disseminato lungo il percorso di lettura.

Gli elementi che contraddistinguono questo scritto sono: primo, l’utilizzo di tutti i punti di vista. Prima persona, seconda, terza in tutte le declinazioni. C’è addirittura un personaggio col quale il narratore pare colloquiare direttamente. Secondo: i dialoghi sono tutti indiretti. Parrebbe che Tetti, volendo trattare argomenti troppo pesanti, abbia pensato di salvaguardare il lettore ponendogli una certa distanza dal libro. Terzo: lo stile sincopato. La paratassi è ridotta all’osso, minima, quasi al limite del sensato. Quarto: il lessico è comprensibile ma greve, di una violenza a volte fine a sé stessa, e questo tratto governa ogni componente strutturale del testo.

L’ambientazione naturale è pennellata con tratti brevi e cupi: polvere, poco sole tagliente, nevischio o pioggia, spesso umidità in ambienti chiusi, terrei e marcescenti. La stessa dissoluzione ambientale ammorba le persone costringendole in situazioni dove la malattia permea il fisico e l’anima.

La linea temporale è vorticosa e a volte non chiara: la narrazione si sviluppa nell’arco di qualche mese ma in quale epoca sia collocata la storia non è un fatto certo. Il motivetto di una pubblicità televisiva potrebbe addirittura suggerire gli anni80 dello scorso secolo.

Lo scenario distopico o apocalittico fanno da quinta appena accennata e sfumata all’interno di ben più delineati tratti orrorifici, erotico/pornografici e splatter.

Il narratore richiama continuamente simboli, leggende, tradizioni, archetipi e anche citazioni di romanzi e film famosi.

Infatti la scena ansiogena dello schianto dei corvi sulle finestre di un condominio ricorda il criptico capolavoro di Hitchcock.

Gli elementi simbolici che si inseguono durante tutto il libro sono tre: il vento, che sussurra solo a coloro degni di poterlo sentire, ricorda la voce del Dio dell’Antico Testamento. I cani si ribellano al loro destino millenario, incarnando una coscienza ambientale, sociale e culturale innovativa e sconosciuta ai loro padroni. D’un tratto essi si trasformano in difensori inconsapevoli dei “semi” (bambini) dell’umanità. Al termine della storia esauriscono la loro funzione e tornano, ma non è così certo, a essere i servi di sempre. Un palloncino accomuna tutti i personaggi e tutti loro sono legati vicendevolmente nello sviluppo della trama. Questa è l’unica immagine lieve di tutto il romanzo, parrebbe donare speranza e la delicatezza tipiche dell’infanzia. Senonché il colore del palloncino è rosso come il sangue, la pazzia e la passione, quest’ultimo sentimento diametralmente contrapposto alla razionalità, che contraddistinguono ogni azione dei personaggi.

I personaggi sono tutti perdenti, anche Maria la cagna, che pur essendo la protagonista, viene dimenticata alla fine, in favore di una puntualizzazione forse inutile.

Lo sforzo notevole di questa creazione potrebbe non essere apprezzato da tutti i lettori/trici a causa di una chiave di scrittura che contraddistingue questo testo.

La dualità femminile/maschile è rappresentata nel segno della tradizione culturale e portata alle estreme conseguenze;  le femmine vengono nominate con gli appellativi classici: madri, sante, puttane, stupide. I maschi hanno più nomi: furbi, fannulloni, allocchi, squadristi, esaltati, soldati, ricchi, miseri, carnefici, eroi, martiri.

Alla fine comunque gli uomini non fanno una bella figura, ondeggianti tra maschere di Barbablù e Mostri di Marcinelle. Quando va bene sono poco più che macchiette destinate a venire torturate, ammazzate e bruciate in un rogo purificatore.

Evito di consigliare la lettura oppure no di questo libro. Certamente chi vi si approccia deve essere consapevole di applicare la massima attenzione e un auspicabile distacco.

A presto.

Romina Braggion

 

 

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