Rubriche, Speciali

I nostri tag: #memoria

Le chiacchiere che condividiamo sulla nostra pagina facebook sono riportate in questo articolo che è un patchwork dei nostri post dedicati a un tema specifico.

45392868_1396172817179815_2201163854367424512_o.jpgDi cosa è fatto l’uomo se non di ricordi, di scelte e di ricordi di scelte. Ma siamo fatti anche di ricordi di decisioni alternative mai prese. Ce li portiamo sempre con noi: “… se avessi continuato a suonare la chitarra ora sarei una rockstar”… “Se avessi accettato quel lavoro in banca ora sarei ricco sfondato”… e forse tutti questi “se” creano, nella nostra memoria, infiniti mondi alternativi. C’è un film poco conosciuto, ma di altissimo livello che parla proprio di ricordi e di scelte.
Si tratta di Mr.Nobody (2009), una di quelle pellicole che non dovrebbero mai mancare nelle videoteche virtuali dei “distocinefili” ( e vai col conio di neologismi).

È il 2092, l’ultimo uomo che morirà di vecchiaia sarà l’ultracentenario Nemo Nobody. Grazie alle scoperte scientifiche, l’umanità ha conquistato l’immortalità e segue, attraverso un reality, gli ultimi scampoli di vita del grande anziano. Il pubblico vuole sapere cosa ricorda Nemo. Difficile, se non impossibile, capirlo: il nostro rimembra sia le conseguenze delle scelte fatte nella sua vita sia le ripercussioni, nel tempo, di quelle evitate. Il signor Nessuno tratteggia un multiverso privato, fatto di storie contraddittorie, nel quale non si è mai sicuri di quello che sia veramente accaduto.

Un film affascinante, visionario, incredibile, ma vero.

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Consiglio per la visione: lasciatevi trasportare dalle immagini evitando di rintracciare una logica nella successione degli eventi. Fatevi prendere per mano dalle grandi interpretazioni del cast e dalla potenza narrativa dal regista Van Dormael.
Non brancolerete nel buio perché solo il montaggio del film ha richiesto un anno intero di lavoro: tutti i frammenti della vita di Nobody dovevano combaciare.

Ovviamente in Italia non è stato distribuito.

(Riccardo Muzi)

Ciao a tutti!!!

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Io per il tag #memoria, sul nostro grande e eterogeneo gruppo vi avevo parlato dell’ importanza del passato. E di come questo non possa essere dimenticato. Gli eventi, che siano storici o meno costituiscono una base profonda per ambire a un futuro migliore, ma non solo, esso ci tutela da eventuali errori valutativi già commessi. A tal proposito avevo preso come esempio una lettura veramente interessante, che feci, proprio per il blog del romanzo ” I cercatori di pace” della bravissima Laura Costantini, nella quale l’ importanza del passato e, quindi, del ricordo e della #memoria per esso fossero di un’ importanza vitale. Se volete nel blog potete trovare la recensione, in ogni caso vi lascio la sinossi, così potrete valutare se il romanzo sia o meno nelle vostre corde.

TRAMA

I cercatori di pace”, eroi o forse vittime designate da chi detiene il potere, partono verso una ignota avventura, alla ricerca di un futuro che viene dal passato e che li condurrà a incrociare i loro destini: Ghillean, Litia, Kimen e Tarnell non si conoscono e non si fidano uno dell’altro, ma sono giovani e umani. È il 518° anno di guerra e nessuno ricorda più come e perché sia iniziata. Un enigma che potrà essere risolto catturando un leggendario Mutato, figura misteriosa nella quale si cela l’arma speciale inventata prima del lungo e distruttivo periodo bellico, che ha generato un ritorno al passato, un medioevo privo di tecnologia, cultura e memoria storica.

( Valentina Libraia)

Ciao ragazzi!!!

Per addentrarci in un tema arzigogolato e complesso come quello della memoria ritengo necessario fare le dovute premesse.

Per esempio…cos’è la memoria? Come la definiamo?
Il dizionario gli dà varie definizioni a seconda del contesto nella quale viene utilizzata la parola, ma oggi, a noi, serve solo questa:

“La funzione psichica di riprodurre nella mente l’esperienza passata (immagini, sensazioni o nozioni), di riconoscerla come tale e di localizzarla nello spazio e nel tempo.”

Questa riproduzione, che noi possiamo “attivare” spontaneamente, col passare del tempo diviene sempre più difficoltosa, fino a trascendere all’oblìo.

Per evitare questa eventualità possiamo “fissare” i ricordi su certi mediatori: su carta fotografica, su nastro, su una diapositiva, su un filmato…o su un diario.

E questi ricordi fissati possono essere anche trasmessi a terzi.
Se un nostro amico legge un nostro diario, lasciandosi coinvolgere dalla lettura potrebbe rivivere le stesse sensazioni che noi abbiamo provato anni e anni fa.

Non parleremo di un videogioco da utilizzare come mediatore (anche se un domani magari esisterà un esperienza videoludica che ci permetterà di rivivere i nostri ricordi).

Ma il tema del titolo sarà questo.

Signori, con questo gioco scopriremo il lascito di Edith Finch.

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What Remains of Edith Finch è un videogioco ad avventura grafica in prima persona del 2017 per Microsoft Windows e PlayStation 4, sviluppato dalla Giant Sparrow, già sviluppatrice di The Unfinished Swan. È stato pubblicato dalla Annapurna Interactive.

È stato premiato come Miglior Gioco dell’Anno 2017 dalla British Academy Games Award il 12 aprile 2018 e ha vinto nella categoria Miglior Narrativa ai Game Awards 2017.

Il gioco parlerà dell’ultima sopravvissuta della famiglia Finch, Edith Jr, che tornerà nella proprietà familiare munita dell’ultimo ricordo che ha della madre: un diario scritto da quest’ultima.

Grazie a questo e grazie ad altri elementi presenti nell’abitazione, saremo in grado di ricostruire le fantastiche e tragiche storie che ruotano attorno alla morte di ogni membro dei Finch.

E grazie al videogioco, queste vicende le potremo vivere in prima persona, le potremo assaporare sulla nostra pelle sotto tutti i punti di vista.

Questo è un gioco speciale, che vi intrattiene, vi fa emozionare e vi fa affezionare ai personaggi che lo rendono vivo.

Ve lo consiglio vivamente non solo per il contenuto ma anche per la struttura: esso non richiede particolari abilità per essere concluso, in quanto stiamo parlando di una avventura interattiva…inoltre dura poco più di un ora.

Per il resto, grazie a questo trailer, potete già farvene un idea.

 

(Davide Borrielli)

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Rubriche

I nostri tag: #PersonaggiInaspettati

Le chiacchiere che condividiamo sulla nostra pagina facebook sono riportate in questo articolo che è un patchwork dei nostri post dedicati a un tema specifico.

Un po’ di tempo fa lessi un libro che mi è rimasto nel cuore il cui titolo è Kallocaina, un romanzo che si colloca, senza alcuna esagerazione, nello stesso nobile scaffale dove trovano posto Noi di Zamjatin, Il mondo nuovo di Huxley e 1984 di Orwell.
Il personaggio inaspettato però non è il protagonista del libro e nemmeno un comprimario presente nella trama. Leggendo Kallocania, oltre ad essere trascinati dalla vicende che si dipanano tra una pagina e l’altra, cresce inaspettatamente la curiosità nei confronti dell’autrice. E cercando informazioni sulla vita di Karin Boye, si scopre una figura seducente, tragica e colma di talento narrativo e poetico. La Boye nacque in Svezia nel 1900 e morì suicida dividendosi fra la poesia, la critica letteraria e la scrittura.

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Artista, attiva politicamente e bisessuale, la Boye invadeva giustamente un territorio intellettuale maschile e patriarcale che, in quanto tale, non si faceva però conquistare. La Svezia dei primi del 900 non era ancora l’evoluta nazione dei giorni nostri e la scrittrice, dotata di enorme sensibilità, subì senza alcun filtro l’incombenza dell’oscurantismo dell’epoca. Forse un sollievo piccolo glielo diede la psicanalisi e uno più grande glielo fornì la giovane compagna che incontrò a Berlino dopo aver tentato la via del matrimonio tradizionale.

Questa la sua poetica:

Come posso dire se la tua voce è bella.
So soltanto che mi penetra
e che mi fa tremare come foglia
e mi lacera e mi dirompe.
Cosa so della tua pelle e delle tue membra.
Mi scuote soltanto che sono tue,
così che per me non c’è sonno nè riposo,
finché non saranno mie.

Questa la sua prosa:

E su cosa è fondato appunto lo Stato? Se ci fosse qualsiasi ragionevole motivo per avere reciproca fiducia fra gli uomini, lo Stato non sarebbe mai sorto. La ragione sacra e necessaria dell’esistenza dello Stato è la nostra mutua, legittima sfiducia l’uno dell’altro. Chi mette in dubbio questo fondamento, mette in dubbio lo Stato.

da Kallocaina

– Riccardo Muzi – 

E adesso la parola passa a Valentina 😉

Nel nostro gruppo per questo tag, io, avevo presentato un personaggio di un romanzo che avevo in lettura all’ epoca proprio per il blog, ossia “I cercatori di pace” della bravissima Laura Costantini ( Qui troverete la recensione, se foste, per caso interessati a leggerlo). Il mio #PersonaggioInaspettato fu la controversa figura de “Il Viandante” uno dei protagonisti dell’ avventuroso viaggio per salvare l’ umanità da un’ eminente catastrofe. Mi colpì per il suo ruolo e la sua complessità, oltre che  per il ruolo che assume nella storia. Se ne volete sapere di più vi consiglio di leggere il romanzo, veramente splendido! Vi lascio qui un disegno di questo personaggio tanto per farvi un’ idea. Vi ricordo che le illustrazioni presenti nel volume sono state realizzate dal bravissimo Nicola Pizzorno, che con i suoi disegni ha contribuito a rendere più reale questa bellissima storia!

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Per oggi è tutto!

Al prossimo tag 😉

I Grandi Classici

“L’altra parte” di Alfred Kubin

28577183_1198982926898806_723749658600372506_n” Che cos’è Perla, la città artificiale in cui Alfred Kubin, grande disegnatore e maestro del fantastico, ha ambientato il suo unico romanzo? È un mosaico di ruderi, di antichità, di avanzi decrepiti e corrosi del passato, tratti dai più famosi angoli del mondo. Una quinta perfetta per la sua popolazione di nevrastenici e nostalgici in fuga dal proprio tempo – ma anche il dominio di un sovrano inafferrabile che tiene sotto il suo incantesimo uomini e cose, accomunandoli in un unico, allucinante disegno. Nato nel 1908 dalle visioni che tormentavano l’autore, e illustrato dal suo pennino febbrile, questo libro ha finito col sembrare, nei decenni, sempre meno un ordito di incubi e sempre più l’evocazione di un mondo che a poco a poco si sta svelando – e suona molto più plausibile se lo situiamo nell’epoca di Blade Runner che all’inizio del Novecento.”  ( Dalla quarta di copertina – Edizioni Adelphi )

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Recensioni

Recensione: “Armada” di Ernest Cline

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Dopo il successo di Ready Player One, Ernest Cline torna a scrivere. Armada è il suo nuovo romanzo. Inutile dire con quali aspettative e con quanta curiosità ci si possa accingere a leggere l’ultima fatica di Cline. Ahinoi dobbiamo subito sgomberare il campo dalla componente distopica, presente in RPO, almeno come ambientazione, ma assente in Armada. A meno che… A meno che non si possa considerare distopico il fatto che per decine di anni l’umanità si sia allenata incosapevolmente a respingere un attacco alieno, attraverso l’utilizzo dei videogame. Ma questa, è una forzatura bella e buona e ci arrendiamo all’evidenza dichiarando che il nostro Cline, in ogni caso, un nostro commento lo meritasse; malgrado abbia generato un racconto di genere strettamente fantascientico. Andiamo per ordine: intanto gli ingredienti principali di RPO, l’autore americano se li è tenuti ben stretti: protagonista adolescente, patito di videogiochi, tesoretti allettanti per i nerd e  continue carrellate vintage ispirate agli anni 80.

Zack Lightman non ha ancora di diciotto anni ed è uno dei giocatori più bravi di Armada, notissimo e giocatissimo videogame. Il ragazzo scopre una cospirazione governativa che per anni ha plasmato in segreto la produzione di videogames, di film e di romanzi, allo scopo di allenare intere generazioni di combattenti per difendere la Terra.

La trama vi ricorda qualcosa che ancora non vi viene in mente? Ecco un aiuto: Giochi stellari? Eccone un altro: Ender’s Game? Sì, i riferimenti narrativi sono evidenti, forse anche troppo. Cline dà in pasto ai suoi followers tutto quello che vogliono in termini di citazioni e Armada stesso è una citazione sotto forma di romanzo. Cline è il re dei nerd e del citazionismo, della cultura pop e degli orfani degli anni 80. Sa di incarnare tutte queste fattispecie e non le elude, anzi le corrobora ancora di più con il suo secondo parto letterario. Chiaro che, avendo puntato su gli stessi stilemi di RPO, l’effetto sorpresa è un po’ telefonato, nonostante Armada si legga piacevolmente e a velocità warp. Non siamo sui livelli di Ready Player One ma c’era da aspettarselo, e lo sapeva bene anche Cline; tutte le band e i registi di successo degli anni 80, erano consci del fatto che ripetersi era molto difficile: malgrado gli sforzi fatti, i fan avrebbero continuato a ritenere la loro opera prima, il vero capolavoro anche dopo cento dischi o cento film. In questo caso però lo sforzo non si nota molto e se ne attende uno maggiore almeno per la versione cinematografica che non si farà attendere.

Recensioni

Recensione: “I ditteri” di Marco Visentin

copertina_i_ditteri_licosiaE se le mosche avessero facoltà telepatiche? E se queste facoltà venissero trasferite al genere umano, cosa accadrebbe? I ditteri  (Licosia Edizioni), di Marco Visentin, risponde a queste domande attraverso le vicende di un’entomologa che si muove all’interno di un mondo distopico, dove apparenza e realtà raramente coincidono.

Seppur I ditteri sia un romanzo che trae una forte ispirazione dai classici della letteratura distopica, se ne discosta in modo originale  introducendo un elemento innovativo nella trama. Il libro di Visentin non prevede un personaggio che si ribella alla terribile realtà circostante o che, grazie all’intervento di qualcosa o di qualcuno, ad un certo punto, si ravvede e decide di far parte di gruppi sovversivi.  Al contrario, I ditteri racconta la quotidianità di una ricercatrice immersa in un futuro alienante. La protagonista, Silvia K.,  sostanzialmente accetta la società in cui vive malgrado le individualità siano represse, i governi nazionali siano soppiantati da elitè finanaziarie e la realtà virtuale, da semplice gioco si sia trasformata in una necessaria via di fuga per riuscire a sopravvivere.

L’autore riesce a descrivere l’evoluzione degli eventi con una struttura narrativa ragionata, efficace e ritmata. Avvalendosi di diverse modalità espressive il racconto si fa estremamente eclettico: dal linguaggio epistolare si passa al quello del videogioco, dalla prima si passa alla terza persona, fino a momenti che rimandano a vere e proprie sequenze filmiche.

I vari stili narrativi sono ben amalgamati, restituendo al lettore delle immagini altamente vivide che, a nostro avviso, possono confluire come approdo naturale nella settima arte.

“I ditteri” lascia in dono al lettore una grande la riflessione sulle asperità del mondo contemporaneo e sull’esistenza umana costretta fra l’apparire e l’essere; un regalo che può provocare anche affascinanti momenti di smarrimento forse perché, alla fine, siamo semplicemente e tragicamente, ciò che appariamo.

Recensioni

Recensione: “Ready Player One” di Ernest Cline

ready-player-one-maxw-6442045. La terra è diventato un posto insalubre e sovrappopolato in cui la povertà è diffusa e le risorse energetiche scarseggiano. Ad una realtà così tragicamente desolante l’umanità risponde rifugiandosi nella realtà virtuale. L’accesso principale all’alternativo mondo digitale  è offerto dal genio di  James Halliday, programmatore informatico e inventore di OASIS, un universo virtuale con accesso gratuito mediante visori e guanti aptici.

Attraverso il proprio avatar, su OASIS, si può fare di tutto: praticare sport, giocare, andare a scuola, viaggiare e anche guadagnare qualche soldo, ovviamente, virtuale. Quando Halliday muore lascia il suo immenso patrimonio a colui che sarà in grado di risolvere alcuni enigmi e superare un certo numero di  giochi disseminati su Oasis. Nasce così la figura del Gunter (da egg hunter), con la quale si indentificano milioni di persone lanciante alla ricerca dell’inestimabile ricchezza.  Wade Owen Watts, giovane nerd di Oklahoma City, è uno di loro ma ha un’arma in più: conosce, quasi alla perfezione, le vere passioni giovanili di Halliday legate indissolubilmente al mondo degli anni ’80.

Ready Player One mantiene fede alla omonima scritta che si staglia sullo schermo dei videogiochi subito dopo aver soddisfatto la richiesta: “insert coin”. Il romanzo entra subito in azione già dalle prima pagine,  immergendo il lettore/giocatore nelle spire avvolgenti delle sue vicende: il tessuto narrativo si evolve facendosi sempre più trascinante, ricalcando il progressivo passaggio di livelli tipico dei videogiochi. ready-player-one_notiziaCon una scrittura assai spigliata ed efficace e con ambientazioni tipiche della cultura anni ’80, Ready Player One racconta una futuristica ricerca dell’isola del tesoro, in cui la mappa è tanto dettagliata quanto più si conosca la storia del creatore dell’isola; in questo caso, James Halliday.

Per chi ha vissuto gli ‘80 sarà un tuffo nel passato con un carpiato nel futuro, mentre per chi quegli anni li ha solo intravisti, avrà a che fare con un nuovo oggetto di culto. Ernest Cline, l’autore, è nato nel 1972; la sua adolescenza è stata fatta di Space Invaders, robottoni giapponesiram da 64 kb e film mitici. Uno scibile nerd che, riversato abilmente nelle pagine del romanzo, ha contribuito senza dubbio al suo successo. Sapiente anche il bilanciamento fra passato e futuro, fra vintage e progresso tecnologico, fra vita vissuta e realtà virtuale: un mood letterario e cinematografico che sembra avere preso piede negli ultimi anni e di cui Ready Player One ne è, a pieno titolo, il portabandiera.

 

Mysterious Writer

Intervista a Elisabetta Di Minico, autrice del saggio “Il futuro in bilico”

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Elisabetta Di Minico (nella foto)  ha studiato Letteratura e Storia Contemporanea presso l’Università di Roma “La Sapienza” e ha conseguito un dottorato in Storia Contemporanea presso l’Università di Barcellona. Attualmente fa parte del gruppo di ricerca HISTOPIA coordinato dall’Università Autonoma di Madrid

Ciao Elisabetta, come nasce il tuo libro?

Il futuro in bilico è una “sintesi” di oltre 400 pagine della mia ricerca dottorale, condotta presso l’Università di Barcellona dal 2010 al 2015. Il libro riflette sul “luogo cattivo” nella finzione letteraria, fumettistica e cinematografica per svelare i processi di manipolazione e repressione presenti nella realtà. Ho scelto di dedicarmi al tema della distopia perché, fin dall’adolescenza, sono stata politicamente impegnata e questo genere mi ha spiegato il potere, le sue ragioni e i suoi sistemi meglio di quanto abbiano fatto i libri di storia. Opere come 1984 di Orwell, Fahrenheit 451 di Bradbury o V per Vendetta di Moore e Lloyd (giusto per citare pochi esempi), hanno illuminato la mia mente e mi hanno permesso di analizzare in maniera più consapevole delle sfumature storico-sociali del mondo, come, ad esempio, le ragioni della violenza psico-fisica (specialmente razziale o di genere), l’uso “condizionante” del linguaggio, dell’informazione e della cultura e i processi di sacralizzazione della politica. Riassumendo, Il futuro in bilico nasce dal desiderio di capire più a fondo la società e di suggerire delle riflessioni (o forse provocazioni) riguardo la crisi democratica che stiamo vivendo da qualche anno.

Sei più un’appassionata di distopia o di storia contemporanea?

Domanda difficile. Diciamo, comunque, che amo e allo stesso tempo temo, sia la distopia, sia la storia. Ormai rappresentano due facce della stessa medaglia, perché, per deformazione professionale, mi relaziono con la storia attraverso prospettive distopiche letterarie e cinematografiche, e viceversa.

Delle opere che citi nel tuo libro (romanzi, film, fumetti) qual è quella che ti ha colpito di più e perché?

Per la realizzazione di questo libro, ho letto centinaia di saggi, romanzi e fumetti e ho

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Illustrazione da “Il futuro in bilico”

guardato centinaia di film e di telefilm… Ne ho amati tantissimi mentre altri mi sono piaciuti di meno. Comunque è stata un’esperienza travolgente immergersi in così tanta creatività, in così tanto pathos e in così tanta intelligente riflessività: ogni opera, per un motivo o per un altro, vuole “fare del bene”, vuole aprire la mente e stimolare il pensiero. Se proprio dovessi scegliere, però, direi che, tra i romanzi analizzati, quello a cui sono più legata è Kallocaina (1940) di Karin Boye. Il mio fumetto “preferito”, invece, è V per Vendetta, mentre il film è Equilibrium di Kurt Wimmer. Lo so, non è una pellicola acclamata dalla critica, ma io l’ho sempre trovata emozionante e profonda, dolorosamente distopica. In più, la prima volta l’ho vista insieme a mio papà, che purtroppo non c’è più, quindi per me ha anche un valore affettivo incalcolabile.

Nel tuo saggio parli di poteri dominanti (totalitarismi) e poteri suadenti (governi all’apparenza democratici). Come ci salviamo dai “poteri suadenti”, cioè da tutte quelle forme di governo che cercano il consenso attraverso il controllo dei media?

La distopia “reale” non è solo un problema delle dittature o delle zone di guerra.

Elisabetta Di Minico - Il futuro in bilico
La copertina

L’umanità non perde l’utopia, non smarrisce il suo “buon luogo”, solo nei poteri dominanti. La speranza può collassare anche nei poteri democratici, quando si sminuiscono o si attaccano i valori fondanti di tali società, come uguaglianza, tolleranza, integrazione, libertà, conoscenza, tutele civili. L’informazione è un tasto dolente sia delle autorità dominanti, sia di quelle suadenti perché, chiaramente, essa è una parte fondamentale della formazione sociale e personale dei cittadini. Semplificando moltissimo il discorso, le autorità dittatoriali e democratiche hanno bisogno più di un’informazione “emozionale” che di un’informazione verificata e oggettiva. Come ci salviamo, in queste situazioni? Con la conoscenza, con la ricerca quasi ossessiva della conoscenza. Una popolazione istruita e cosciente sarà meno suscettibile alla manipolazione e ha maggiori possibilità di cooperare per la realizzazione di una società più giusta. Dobbiamo approcciare in modo riflessivo e non passivo le notizie, gli esempi e gli stimoli che riceviamo; leggendo/studiando il più possibile, controllando sempre le fonti, ascoltando pareri discordanti prima di dare per scontato qualcosa e rifiutando la voce assordante e vessatoria di chi ritiene che ragione e forza siano la stessa cosa.

L’Italia, nel range compreso fra distopia e utopia, come si colloca?

Spero che la mia risponda non offenda nessuno, ma l’Italia è sempre più vicina ad incarnare una distopia piuttosto che un’utopia. Violenza, razzismo, misoginia, omofobia, emarginazione, aggressività socio-politica, denigrazione degli avversari e revisionismo storico sono solo alcuni degli elementi distopici che, giorno dopo giorno, stanno iniziando a dominare il paese. Ormai si legittimano retorica e azioni conservatrici, patriarcali e anti-democratiche. Si strumentalizzano impunemente dolore, odio e paura,  proprio come nelle peggiori e più oscure visioni fantascientifiche. Mi auguro che sia una fase transitoria e che ben presto si ritorni a lottare in nome dei diritti civili e umani, non contro di essi.

Perché secondo te l’uomo non impara mai dalla Storia? 

Il primo impulso è quello di rispondere: “Perché non la conosce”. Però, il problema è un altro. L’uomo non impara dalla storia perché rifiuta di conoscerla, perché se siamo ignari, siamo giustificati. Se non sappiamo, non siamo colpevoli e possiamo assolverci dal male che abbiamo intorno. Forse la mia potrebbe sembrare una visione estrema, ma credo che la sfida più grande della nostra epoca sia proprio questa: affidarci al monito doloroso ma necessario del passato. Con modalità varie e in contesti diversi, la storia si ripete e conoscerla potrebbe permetterci di identificare i sintomi e i processi pericolosi dei suoi cosiddetti “corsi e ricorsi”. Del resto, anche Orwell diceva che “chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato”.

Credi che la Distopia, genere sempre più in auge, possa aiutare a comprendere meglio alcune dinamiche socio-politiche?

Assolutamente sì. L’influenza che il genere distopico può avere sulla consapevolezza

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Illustrazione da “Il futuro in bilico”

sociale e politica della sua audience è travolgente, anche perché, come ripeto nel libro, la paura di ciò che il futuro ci riserva potrebbe essere più forte del dolore per qualcosa che è già accaduto. Alla fine, la distopia è semplicemente un’esagerazione teatralizzata e spesso fantascientifica della storia e della contemporaneità, ambienta in luoghi lontani (nel tempo o nello spazio). Il genere ci costringe a fare i conti con alcuni aspetti “degenerati” della nostra realtà e ci mette in guardia dagli incubi che il futuro potrebbe riservarci.

Qual è il tuo romanzo/ film/ fumetto preferito?

Ne ho troppi, non saprei quale titolo scegliere. Ti posso dire, però, che negli ultimi mesi sono stata in modalità-fumetto, anche perché sto lavorando molto sulla rappresentazione dell’alterità nel mondo dei comics e delle graphic novels. Sono quasi impazzita per X-Men Red, una delle ultime serie Marvel scritta da Tom Taylor e illustrata da Mahmud A. Asrar. Era da tanto che non leggevo una storia sui mutanti così appassionante, dolorosa e poetica. Senza spoiler, la trama racconta di una supereroina estremamente empatica che prova a “guarire” il mondo dall’odio e dalla paura e lo fa riflettendo sulla contemporaneità in una maniera disarmante e inarrestabile. E, in più, i disegni sono delle vere e proprie opere d’arte. Raccomando a tutti gli appassionati (e non) del genere di non farselo sfuggire!

Cosa speri si dica del tuo saggio? 

Spero che si parli della sua profondità e che la passione e la devozione che ho dedicato a questa ricerca traspaia dalle pagine scritte. Credo sia un po’ arrogante da parte mia, ma mi auguro che il saggio ispiri una profonda riflessione sulla storia e sullo stato globale della democrazia, che promuova una forte critica socio-politica, che promuova una “resistenza” contro la distopia, ovunque essa sia.

Recensioni

Recensione: “Il futuro in bilico” di Elisabetta Di Minico

linee-meltemi-minico-futuro-bilicoÈ possibile leggere la storia contemporanea attraverso le offuscate lenti della distopia? Non solo è possibile ma, in alcuni casi, potrebbe anche essere necessario. L’esigenza nasce nel momento in cui l’attualità suggerisce l’avvento di un futuro cupo con il quale avevamo già avuto modo di confrontarci attraverso un romanzo, un film o un fumetto.

“Il futuro in bilico”, il saggio di Elisabetta Di Minico, muove le sue riflessioni scegliendo  la distopia (nelle sue declinazioni artistiche) come punto di partenza, per giungere in seguito ad un’analisi più stringente sull’evoluzione del potere e del controllo delle masse, negli ultimi 150 anni.

Il percorso è molto interessante e costruttivo: competenza nella materia e piglio critico, accolgono il lettore con una ragionata serie di citazioni e disamine di romanzi, film e fumetti accomunati dalla caratteristica dell’ambientazione nel “cattivo luogo”. Una parte iniziale che rappresenta anche un prezioso tesoretto per chi, amante del genere, è alla continua ricerca di nuove letture o nuove visioni. Fa da prosieguo, un notevole upgrade: la Di Minico dismette i panni dell’appassionata e volge lo sguardo, fortemente analitico, verso la contemporaneità iniziando a misurare quanto, il recente passato e il presente, siano distanti dalla distopia. I risultati di questa particolare rilevazione sono affascinanti e inquietanti allo stesso tempo: la gestione del potere, nelle sue forme più inique, quanto in quelle apparentemente più somiglianti alla democrazia, ha molto spesso (sempre?) un evidente fattore distopico. E malgrado i regimi dittatoriali siano palesemente i più violenti e repressivi, i “poteri suadenti” appaiono fra i più pericolosi perché si avvalgono di un invisibile e strisciante controllo massivo dei cittadini.

La gestione utilitaristica dei media, la disinformazione, il linguaggio accattivante, la continua identificazione del capro espiatorio con il “diverso”, sono gli elementi che più avvicinano molti (troppi) governi attuali al mondo della distopia. Possibile uscirne indenni?Attualmente non siamo in grado di dare un risposta, in quanto attiene al fluire degli eventi prossimi futuri; intanto, però, non sarebbe male leggere “Il futuro in bilico”, testo che non pretende di dare risposte ma fornisce valide indicazioni per far sì che la distopia attenga più ad un genere letterario che alla realtà di tutti i giorni.

Qui maggiori info sul libro.

Recensioni

OTHERWORLD di Jason Segel e Kirsten Miller

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In un futuro che è dietro l’angolo,  Simon e altri 1999 fortunati sono stati selezionati dalla “Compagnia” del multimiliardario Milo Yolkin per testare la versione nuova di zecca di “Otherworld”, il gioco di ruolo online più famoso del mondo.

In “Otherworld” tutto è possibile: si può essere ciò che si vuole attraverso un avatar che può assumere le sembianze di un uomo, di un dio o di un mostro.  Otherworld è un mondo senza regole e senza relative conseguenze. In un ambiente così, Simon, nerd riccastro, ci sguazza volentieri. Certo: niente che non abbia già provato; ma, stavolta, c’è qualcosa che rende diversa l’esperienza digitale. Otherworld rappresenta anche l’ultima opportunità a disposizione per incontrare  Kat, la sua amica del cuore, la cui vita è appesa a due esili fili: uno conduce ad una drammatica realtà, mentre l’altro porta alla dimensione virtuale di Otherworld, in cui si celano le mire del suo ideatore e della Compagnia.

RECENSIONE

Cos’è la cosa più figa che può regalarti la realtà virtuale? Essere ciò che vuoi. O meglio: essere ciò che l’immaginazione, su se stessi, riesce a partorire in termini di altezza, robustezza, avvenenza, outfit, armi a disposizione o superpoteri. Messa così sembrerebbe proprio un gioco, ma “Otherworld” ci tiene a far sapere che di “game” proprio non si tratta. Sull’ambivalenza, gioco-realtà, poggia il cuore narrativo del romanzo.

La realtà virtuale è pur sempre una realtà. Una delle tante. Un mondo parallelo con lo stesso diritto di esistere di tutti gli altri mondi. In questà ambiguità digitale si muove Simon, il giovane protagonista, ricco di famiglia, innamorato di Kat, e sprezzante nei confronti della società di cui, suo malgrado, fa parte. Benificiando di una scrittura sempre lineare, essenziale e semplice, “Otherworld” prende il lettore per mano dandogli modo di degustare gli ingredienti migliori della sue pagine: colpi di scena ben assestati e una certa dose di cyber-thrilling.

Non sempre la scelta di una scrittura molto scorrevole premia lo spessore narrativo: troppo spesso, forse per non perdere il ritmo, non si concede il dovuto spazio al pathos. Sarebbe anche corretto non caricare certi momenti con divagazioni emotive, se fossimo davvero in un gioco, ma non è così; lo dichiarano gli autori stessi nel sottotitolo: “Questo non è un gioco”; per questo, durante l’incedere della storia, si avverte una mancanza  che però, è doveroso sottilineare, viene subito colmata da un susseguirsi di eventi in avvincente modalità.

“Otherworld” si compone di importanti fonti d’ispirazione (“Ready Player One” per ambientazioni e personaggi,  “Matrix” per il concept di base e Philip K. Dick per la descrizione ambivalente della realtà) e le incanala in uno Young Adult, restituendo una lettura trascinante e piacevole interrotta da un finale, magari un po’ troppo brusco, ma che fa presagire la creazione di “altri mondi.”

Qui tutte le info riguardo al romanzo.

Pop-Corn Day

The end? L’inferno fuori

Trama

Roma. Un giovane e cinico uomo d’affari cerca di andare in ufficio ma il traffico lo rallenta. Una volta arrivato rimane imprigionato in un ascensore guasto. Mentre cerca di uscirne fuori la città eterna si avvia verso il caos. Attacco terroristico? Pazzia collettiva? Forse. Ma l’ipotesi Più probabile è che una strana malattia infettiva abbia contagiato i cittadini della capitale.

MiniRece

Se sei di Roma e ami l’horror, non puoi non essere irrimediabilmente attratto da questo film. Ma, con uno zombie movie italiano, parti con un quantitativo di pregiudizi che la metà bastano. Alla fine gli do un 6-. L’idea non è male, purtroppo la sceneggiatura e, soprattuttoi dialoghi (poco verosimili), non sono all’altezza , buona invece la regia. Comunque opera prima e budget ridottissimo. Alessandro Roja , il protagonista del film, è inquadrato praticamente per tutta la durata del film e tiene botta (non è facile per niente). Mi piacerebbe tanto vedere il Misischia (il regista del film) alle prese con un plot simile ma con sceneggiatori di livello. Manetti Bros permettendo 🙂